Riflessioni sulla mia vita da investigatore

Oltre trent’anni di indagini, esperienze e sacrifici. Riflessioni personali sul mio lavoro, sul rapporto con i clienti e sulla libertà, conquistata con gli anni, di scegliere gli incarichi da accettare.



Massimiliano Altobelli, investigatore privato, seduto alla scrivania nel suo ufficio a Roma durante un'intervista.

Riflessioni sulla mia vita da investigatore

Quando ho iniziato a fare l'investigatore privato, tanti anni fa, lavoravo come collaboratore presso altre agenzie investigative della Capitale.

Mi piaceva moltissimo questo lavoro, ma soprattutto avevo un sogno: quello di poterlo svolgere, un giorno, per conto mio.

Alla fine ci sono riuscito. Ho aperto la mia attività prima all'Aquila, precisamente a Carsoli, e solo successivamente a Roma.


Sono passati oltre trent'anni. A pensarci bene, sono davvero tanti. Eppure, quando ripenso a quegli anni, non mi sembra sia trascorso tutto questo tempo.

Forse perché questo lavoro continua a piacermi come allora. Ancora oggi, quando inizio una nuova indagine, provo lo stesso entusiasmo. Mi piace andare sul campo, seguire personalmente le persone, osservare, cercare di capire come stanno realmente le cose e, quando ci riesco, dare al cliente le risposte che cercava.


Naturalmente, in trent'anni sono cambiate molte cose. Sono cambiati i tempi, le persone, il modo di lavorare. E sono cambiato anch'io.

Ed è proprio su alcuni di questi cambiamenti che, ultimamente, mi sono trovato a riflettere.


Il rapporto con i clienti e la riservatezza

Ho sempre dato molta importanza al rapporto con i Clienti.

Forse qualche volta anche troppa, perché quando una persona mi affida un problema finisco spesso per farmene carico più di quanto dovrei.

Sono sempre stato disponibile, anche negli orari meno comodi. Chi mi conosce sa che può telefonarmi durante la giornata, anche più volte, e che difficilmente mi sottraggo a una chiamata.


Mi è capitato tante volte di rispondere la sera tardi, qualche volta anche durante la notte.

Il motivo è semplice: conosco bene lo stato d'animo di chi si rivolge a un investigatore privato.


Difficilmente una persona viene nel mio ufficio perché sta attraversando un periodo sereno della propria vita.

Di solito c'è qualcosa che non va.

Un sospetto, un problema familiare, una preoccupazione economica, una questione giudiziaria.

Qualche volta una situazione che si trascina da anni e che quella persona non riesce più a sopportare.

E quasi sempre c'è una grande fretta di sapere.

Non ricordo molti Clienti che mi abbiano detto: "Guardi, faccia pure con calma. Quando avrà tempo, mi farà sapere".


Generalmente succede il contrario. Vorrebbero le risposte subito, possibilmente il giorno dopo avermi affidato l'incarico.

Ed è proprio qui che, per carattere, qualche volta mi complico la vita.


Quando stringo la mano a una persona e accetto di occuparmi del suo problema, sento di essermi assunto una responsabilità. So che quella persona ha riposto in me la sua fiducia e si aspetta delle risposte.

Naturalmente, il mio compito è accertare i fatti, non confermare quello che il cliente vorrebbe sentirsi dire.

Questo deve essere chiaro fin dall'inizio.

Però la pressione rimane.


Faccio un esempio molto semplice.

Una persona sospetta che il marito o la moglie abbia una relazione extra coniugale. Arriva la sera in cui il coniuge esce, magari dicendo che va a cena con degli amici, e il Cliente mi telefona.

"Mi raccomando, questa sera è fondamentale. Non lo perda, mi raccomando. Ci giochiamo tutto. Per me è una questione di vita o di morte".


E magari queste raccomandazioni me le ripete tre o quattro volte.


Ora, io so perfettamente come devo svolgere il mio lavoro. Sono trent'anni che lo faccio e certamente non sarà quella telefonata a farmi lavorare meglio.

Ma la pressione la sento lo stesso.

Sarebbe falso dire il contrario.

Anche perché, dietro quella telefonata, so che c'è una persona che probabilmente non dorme da giorni, che ha paura di scoprire qualcosa ma, nello stesso tempo, vuole assolutamente sapere.

E così, mentre svolgo il mio lavoro, finisco per sentire anche il peso delle aspettative di chi me lo ha affidato.


Quando poi termino l'indagine, preparo la relazione e consegno le prove raccolte, mi succede spesso una cosa particolare.

È come se improvvisamente si abbassasse la tensione. Avverto proprio un calo di adrenalina. Finalmente posso considerare concluso quel lavoro e tirare un po' il fiato.

Il problema (o la fortuna..) è che, magari il giorno dopo, arriva un altro Cliente.

Un'altra storia, un altro problema, un'altra persona che ha fretta di sapere.


E si ricomincia.


Questa, per tanti aspetti, è stata la mia vita da investigatore.

Una vita sicuramente interessante, che mi ha dato tante soddisfazioni, ma che mi ha anche fatto vivere per anni con una pressione continua.


Proprio per questo ho sempre cercato di mantenere un rapporto umano con le persone.

Attenzione, però. Per me il rapporto umano non significa diventare amici.


Su questo sono sempre stato piuttosto rigido.


Durante le indagini preferisco dare del lei al cliente e che il Cliente faccia altrettanto con me. È una mia abitudine, forse anche un po' all'antica, ma mi trovo bene così.

Se una persona più anziana mi dà spontaneamente del tu, naturalmente non mi offendo.

Io, però, generalmente continuo a darle del lei.

Poi capita che, alla fine dell'indagine, qualcuno mi dica: «Adesso però possiamo darci del tu».

E lo faccio volentieri.

Ma fino a quando c'è un incarico in corso preferisco che i ruoli rimangano ben definiti.


Non ho mai cercato di trasformare un rapporto professionale in una frequentazione personale. Non mi interessa andare a pranzo o a cena con i Clienti, né approfittare delle loro conoscenze o delle loro attività.

Vedo talvolta colleghi che hanno un approccio diverso. Se il Cliente possiede un ristorante, finiscono per frequentare quel ristorante. Se ha uno stabilimento balneare, magari cominciano ad andarci durante l'estate.

Io preferisco evitare.

Non giudico il modo di comportarsi degli altri, ma non è il mio.


Eppure, ancora oggi, durante le festività natalizie, ricevo messaggi di auguri, biglietti e qualche piccolo presente da persone per le quali ho lavorato cinque, sei, anche sette anni prima.

Una bottiglia di vino, un bigliettino, un semplice messaggio.

Sono cose che mi fanno piacere. Non certo per il valore del regalo, ma perché significa che, dopo tanti anni, quelle persone si ricordano ancora di me.

In oltre trent'anni ho svolto migliaia di investigazioni.


Ho conosciuto persone che attraversavano momenti difficilissimi. Mi sono occupato di problemi familiari, di questioni tra genitori e figli, di situazioni riguardanti minori, di controversie tra parenti.

In alcune circostanze sono riuscito a chiarire situazioni molto complicate e, qualche volta, anche a contribuire alla loro soluzione.


Sono soddisfazioni che mi porto dietro.


Ma non mi considero certo un "eroe". Ho fatto il mio lavoro e ho cercato di farlo bene.


C'è poi un altro aspetto della riservatezza del quale si parla poco.

Mi è capitato, nel corso degli anni, di incontrare casualmente in un ristorante, a teatro oppure al cinema, una persona che tempo prima mi aveva affidato un'indagine per una presunta infedeltà coniugale.

E magari quella persona era proprio insieme al marito o alla moglie che avevo seguito.

Perché non è affatto detto che, una volta scoperto un tradimento, due coniugi si separino. Tante volte decidono di rimanere insieme.

In queste situazioni, anche se incrocio lo sguardo del mio ex cliente e ci riconosciamo perfettamente, faccio finta di non conoscerlo.

Non lo saluto e non mi avvicino.

Può sembrare una cosa da poco, ma un semplice saluto potrebbe provocare domande o creare una situazione molto imbarazzante.

Per me la riservatezza è anche questa.

E continua a esserlo anche quando l'indagine è terminata da anni.


Ho voluto raccontare questi aspetti perché fanno capire quanto abbia sempre cercato di essere disponibile e attento alle persone.


Ma con il passare degli anni ho imparato anche un'altra cosa.

Essere disponibili è una cosa. Essere disposti ad accettare qualsiasi condizione pur di prendere un lavoro è tutt'altra cosa.

E oggi, per me, questa differenza conta moltissimo.


La gavetta, i sacrifici e la libertà di scegliere

Quando ripenso ai primi anni della mia attività, qualche volta mi viene da sorridere.

Dovevo farmi conoscere. Non avevo ancora una clientela consolidata e cercavo di costruirmela lavorando e presentandomi personalmente.

Prendevo appuntamenti presso gli studi legali. Mi mettevo la mia borsa sotto il braccio, prendevo le brochure dell'agenzia, i biglietti da visita e andavo a incontrare gli avvocati.

Qualche volta rimanevo seduto nella sala d'attesa anche un'ora, un'ora e mezza.

Poi arrivava la segretaria e mi diceva che, purtroppo, l'avvocato quel giorno non poteva ricevermi.

"Torni un'altra volta".

E io me ne andavo.

Magari, qualche giorno dopo, tornavo veramente.

Ricordo ancora quando andavo davanti al Tribunale di Roma, in via Giulio Cesare, a distribuire personalmente le brochure agli avvocati che incontravo.

Qualcuno mi domandava: "Ma per quale investigatore sta facendo questa pubblicità?".

E io rispondevo tranquillamente: "Sono io l'investigatore. Sto facendo pubblicità alla mia attività".

Mettevo anche i biglietti da visita nelle cassette della posta degli studi professionali.


Oggi queste cose possono far sorridere, ma io non me ne vergogno affatto.

Anzi.

Quella si chiamava gavetta.


E io la gavetta l'ho fatta, eccome se l'ho fatta.

Avevo iniziato da poco, dovevo farmi conoscere e dimostrare con il lavoro di essere all'altezza della fiducia che mi veniva accordata.

Era normale fare sacrifici, accettare qualche situazione scomoda e avere molta pazienza.

Ma oggi sono passati oltre trent'anni.

E francamente non sento più il bisogno di andare presso uno studio legale a presentarmi come se dovessi sostenere un provino per essere scelto.

Se un avvocato vuole conoscermi, cosa che considero assolutamente normale, può prendere appuntamento e venire nel mio ufficio.

Se poi esiste una ragione concreta per cui non può spostarsi, sono ancora disponibile ad andare io. Ci mancherebbe.

Non è certo questo il problema.

Quello che oggi non mi interessa più è dovermi mostrare necessariamente accondiscendente, aspettare ore o accettare condizioni che non condivido soltanto per ottenere un incarico.

Quella fase della mia vita l'ho già attraversata.

E credo di averla attraversata abbastanza.


Qualche giorno fa mi è successo un episodio che mi ha portato a riflettere proprio su questo.

Sono stato contattato da un avvocato per un possibile incarico investigativo. Ci siamo sentiti diverse volte al telefono e successivamente abbiamo concordato un appuntamento nel mio ufficio.

Ho ascoltato la vicenda, spiegato come avrei potuto svolgere il lavoro e preparato il preventivo.

Fin qui, tutto normale.

Poi sono iniziate ad arrivare altre richieste. Ulteriori chiarimenti, documentazione professionale, condizioni particolari per il conferimento dell'incarico.

Alla fine mi è stato sottoposto anche un accordo di riservatezza di diverse pagine, con una serie di clausole, penali e vincoli che, francamente, ho trovato eccessivi rispetto al lavoro che avrei dovuto svolgere.

Ora, io non ho nulla contro gli accordi di riservatezza.

In determinate situazioni possono essere giustificati e non ho difficoltà a valutarli.

Ma svolgo una professione nella quale la riservatezza è già un obbligo previsto dalla legge. È un aspetto che conosco bene e che viene richiamato anche nella documentazione che utilizzo per gli incarichi.

Se mi viene proposto un ulteriore accordo, devo leggerlo, capire quali obblighi mi impone e quali conseguenze potrebbe avere per me.

E se ritengo che quelle condizioni non siano accettabili, posso tranquillamente non firmarlo.

In quel caso ho valutato tutto e ho deciso che non c'erano i presupposti per iniziare un rapporto professionale.

Ho ringraziato e ho declinato l'incarico.

Senza discussioni inutili.


La cosa che mi ha fatto riflettere è stata proprio la sensazione provata dopo aver preso quella decisione.

Mi sono sentito libero.

Libero di dire che quel lavoro, a quelle condizioni, non mi interessava.

E soprattutto libero di non dovermi preoccupare di aver perso un incarico.


Questa vicenda mi ha fatto rendere conto di quanto io sia cambiato negli anni. Professionalmente e, purtroppo, sottolineo purtroppo, anche anagraficamente.

Perché gli anni passano.

Io non ho mai sostenuto di essere un fenomeno. Non mi interessa neppure dimostrarlo.

Però una cosa la penso.

Se una persona lavora in un bar e prepara caffè da trent'anni, si presume che dopo tutto quel tempo abbia imparato a fare un buon caffè.

Altrimenti, permettetemi la battuta, significa che è proprio un somaro.

Non stiamo parlando di tre settimane o di tre mesi.

Stiamo parlando di trent'anni.


Io questa professione la svolgo personalmente da oltre trent'anni. Sono sempre stato sulla strada e tuttora continuo a seguire le indagini in prima persona.

Credo che un po' di esperienza, nel frattempo, l'abbia maturata.

Questo non vuol dire che non abbia più nulla da imparare. Ogni indagine è diversa e ancora oggi mi capita di trovarmi davanti a situazioni nuove.

Ma sicuramente oggi ho un modo diverso di valutare gli incarichi, le persone con le quali lavorare e, soprattutto, le condizioni che sono disposto ad accettare.

Ho ancora l'entusiasmo di quando ero giovane.

Ho però molta meno pazienza verso determinate pretese.

E se un lavoro non mi convince, se non lo ritengo opportuno o se una persona si presenta con un atteggiamento arrogante, non ho particolari difficoltà a dire che non sono interessato.

A questo punto qualcuno potrebbe pensare: evidentemente può permetterselo perché ha tanti soldi.

Magari!

Non sono ricco di famiglia e non sono diventato ricco facendo l'investigatore.

Semplicemente, nel corso degli anni ho cercato di organizzare la mia vita in modo da non essere costretto ad accettare qualsiasi compromesso per ragioni economiche.

Anch'io ho attraversato periodi nei quali il tenore di vita era più impegnativo. Poi, con il tempo, ho iniziato a dare un valore diverso a certe cose.


Oggi ho la mia casa, la mia utilitaria, la mia moto.

Non sento il bisogno di avere altro per dimostrare qualcosa a qualcuno.

Il mio ufficio è di circa venticinque metri quadrati.

Non ho grandi saloni, arredamenti lussuosi o una segretaria che accoglie i clienti.

Le persone le ricevo personalmente.

Al massimo offro una Golia.

E sinceramente sto benissimo così.

Vedo colleghi che hanno fatto scelte diverse. Grandi uffici, numerosi collaboratori, strutture importanti, pubblicità molto costose. E magari, nella vita privata, case e automobili di un certo livello.

Non c'è nulla di male, sia chiaro.

Ognuno è libero di spendere i propri soldi come preferisce.

Io però, con gli anni, mi sono convinto di una cosa: più aumentano le spese che dobbiamo sostenere obbligatoriamente, più diventa difficile rinunciare a un guadagno.

Perché quelle spese, alla fine del mese, bisogna pagarle.

E quando arriva un periodo di crisi e il lavoro diminuisce, i costi rimangono.

Negli ultimi tempi, per esempio, ho la sensazione che molte attività stiano attraversando un momento economicamente difficile.


E non mi riferisco soltanto al settore investigativo.

Se una famiglia fatica a pagare il mutuo, a fare la spesa o ad affrontare le normali necessità quotidiane, difficilmente potrà considerare prioritaria una spesa per un'indagine privata, salvo che si trovi davanti a una situazione particolarmente importante.

È abbastanza comprensibile.

Di conseguenza, può capitare che anche il lavoro diminuisca.

Chi ha una struttura molto costosa deve comunque mantenerla. E in certi momenti potrebbe sentirsi spinto ad accettare condizioni che, con meno preoccupazioni economiche, avrebbe probabilmente rifiutato.

Io ho cercato, negli anni, di evitare questa situazione.

Non sempre sarà stato facile, ma oggi considero una grande soddisfazione poter scegliere un incarico senza avere l'assillo di doverlo accettare a tutti i costi.

Perché più compromessi sei costretto ad accettare, meno sei libero.


E per me questa libertà vale molto.


Quando un'indagine non è opportuna

La libertà di cui parlo riguarda anche la possibilità di dire a una persona che non intendo lavorare per lei.

A volte mi capita di ricevere Clienti che si presentano con un atteggiamento piuttosto arrogante.

Persone che, probabilmente, pensano che basti pagare per poter chiedere qualsiasi cosa.

Qualcuno, per esempio, mi ha detto: "Io la pago per fare quello che le chiedo. Non vedo perché debba darle tutte queste spiegazioni".

E invece le spiegazioni me le deve dare.


Io devo sapere perché mi viene richiesta un'indagine, quale diritto o interesse deve essere tutelato, chi mi conferisce l'incarico e se l'attività che mi viene proposta è consentita dalla legge.

Devo conoscere il contesto nel quale andrò a operare, anche per una questione di sicurezza personale.

Non posso accettare un lavoro senza sapere che cosa c'è dietro.

La licenza investigativa non mi autorizza a fare qualsiasi cosa. E il fatto che qualcuno sia disposto a pagarmi non rende automaticamente legittima la sua richiesta.

Su questo non transigo.


Se una persona non comprende questi aspetti, oppure pretende semplicemente di impartirmi degli ordini senza fornirmi le informazioni necessarie, preferisco lasciar perdere.

La ringrazio e la invito a rivolgersi altrove.

Ma c'è anche un altro aspetto, forse ancora più personale.

Non sempre rifiuto un incarico perché ritengo che ci siano problemi di carattere giuridico o perché il cliente si comporta male.

Qualche volta l'indagine potrebbe anche essere legittima, ma io, per ragioni mie, non me la sento di svolgerla.


Faccio un esempio.

Una persona viene nel mio ufficio perché vuole dimostrare che l'ex moglie svolge qualche attività lavorativa non dichiarata, con l'obiettivo di ottenere una modifica dell'assegno di mantenimento.

Fin qui, naturalmente, nulla di strano. Ogni situazione deve essere valutata e una persona ha il diritto di tutelare i propri interessi nelle sedi previste dalla legge.

Ma supponiamo che questo cliente versi cento o centocinquanta euro al mese di mantenimento e mi racconti che l'ex moglie, magari in difficoltà economiche, va a fare qualche pulizia per arrotondare.

Ora, io posso anche decidere di non accettare quell'indagine.

Non sto dicendo che il Cliente abbia torto. Non spetta a me stabilirlo.

Ma spetta a me decidere se assumere o meno un lavoro.

E se, dopo aver ascoltato tutta la vicenda, la mia coscienza mi suggerisce di lasciar perdere, lo lascio perdere.

Non prendo l'acconto e non faccio l'indagine.


Ci sarà eventualmente un altro investigatore disposto a occuparsene.

Io non sono obbligato a farlo.


Un'altra situazione che incontro frequentemente riguarda le indagini per infedeltà coniugale.


Mi capita di ricevere persone che hanno già una separazione in corso. Magari mi raccontano che da mesi non vanno più d'accordo con il marito o con la moglie, che ci sono stati litigi continui, interventi degli avvocati, lettere e, qualche volta, anche denunce.

Insomma, il matrimonio è già in crisi da tempo.

A quel punto vogliono dimostrare che il coniuge ha un'altra relazione, convinti che questo sia sufficiente per ottenere automaticamente l'addebito della separazione.

Io, prima di accettare, cerco di spiegare che la questione non è così semplice.

Dimostrare un tradimento non significa necessariamente ottenere l'addebito, soprattutto quando la crisi matrimoniale era già in atto. Bisogna valutare le circostanze e capire se quella condotta abbia effettivamente provocato la rottura del rapporto.

Per questo consiglio sempre di parlarne attentamente con il proprio avvocato.

Perché può anche accadere che l'indagine non serva allo scopo per il quale il cliente vorrebbe spendere i suoi soldi.

E allora, francamente, perché dovrei fargliela fare a tutti i costi?

Se penso che prima sia necessario un chiarimento con il legale, lo dico.

Magari dopo quel confronto il Cliente decide di non fare più nulla.

E io ho perso un lavoro.

Pazienza.


Preferisco perdere un compenso piuttosto che far spendere denaro a una persona per un'indagine che, secondo la mia valutazione, rischia di non esserle utile.

Anche nell'ambito delle investigazioni penali sono sempre stato abbastanza selettivo.

So perfettamente che il diritto di difesa appartiene a tutti e che non spetta a me stabilire se una persona sia colpevole o innocente.

Ma quando mi viene proposto un incarico voglio conoscere la vicenda, capire quali attività mi vengono richieste e valutare se me la sento di occuparmene.

Anche personalmente.

Ci sono lavori che, pur potendo essere svolti legittimamente, posso decidere di non accettare.

È una questione di coscienza.

Qualcuno potrebbe non condividere questo modo di ragionare e lo rispetto.

Ma io oggi ho cinquantotto anni. Ho trascorso gran parte della mia vita facendo questo mestiere e, arrivato a questo punto, attribuisco molta importanza anche alla possibilità di guardarmi allo specchio la mattina ed essere soddisfatto di come mi comporto.

Non voglio fare qualcosa che, la sera, mi porti a vergognarmi di me stesso.

Naturalmente posso sbagliare. Ho commesso errori in passato e probabilmente ne commetterò ancora.

Ma almeno voglio poter dire di aver agito secondo coscienza.

E se questo comporta rinunciare a qualche guadagno, oggi posso permettermi di farlo.


La passione per questa professione

A questo punto, leggendo tutte queste riflessioni, qualcuno potrebbe pensare che io sia diventato stanco del mio lavoro.

Magari che, dopo tanti anni, abbia perso la pazienza e non abbia più voglia di occuparmi dei problemi degli altri.

Non è così.

Io questa professione la amo ancora.


Mi piace ancora uscire per un servizio, stare in osservazione, seguire una situazione complicata, cercare di documentare quello che accade.

Mi piace soprattutto quando, alla fine di un'indagine, riesco a consegnare al cliente una relazione con prove concrete e risposte precise.

La soddisfazione che provo in quei momenti è ancora molto grande.

Quello che è cambiato, con gli anni, è il modo in cui considero il mio lavoro e il rapporto con le persone.

Quando ero giovane dovevo farmi conoscere.

Dovevo costruirmi una clientela, guadagnarmi la fiducia degli altri e dimostrare di saper lavorare.

Ed ero inevitabilmente più disposto a sopportare determinate situazioni.


Oggi quella fase è passata.

Ho fatto la gavetta, ho lavorato tantissimo, ho conosciuto persone di ogni genere e mi sono trovato davanti a situazioni che, quando avevo iniziato, probabilmente non avrei neppure immaginato.

In questi anni ho ricevuto anche tanti ringraziamenti.

Alcune persone mi hanno detto parole che mi hanno fatto veramente piacere, raccontandomi quanto il mio intervento le avesse aiutate in un momento difficile della loro vita.

Sono cose che non dimentico.

Ma continuo a pensare che non ci sia nulla di eroico nel fare bene il proprio lavoro.

Se chiamo un idraulico perché ho un problema in casa e lui me lo risolve chiedendomi il giusto compenso, ha semplicemente fatto bene il suo mestiere.

Se porto la macchina dal meccanico e mi ripara un guasto senza approfittare della situazione, ha fatto il suo dovere.

Non è un eroe.

È un professionista serio.

E io vorrei essere considerato semplicemente questo.

Una persona che conosce il proprio lavoro, che cerca di svolgerlo con coscienza, che è disponibile con i clienti e che rispetta gli impegni assunti.


Ma che sa anche quando è il momento di dire no.

Perché, per come la vedo io, essere professionali non significa essere servili.


Non significa dire sempre sì, accettare qualsiasi richiesta o sentirsi obbligati a fare il simpatico con chiunque pur di ottenere un incarico.

Qualche volta essere professionali significa anche dire a un Cliente: "Guardi, secondo me questa indagine non le conviene farla".

Oppure: "Mi dispiace, ma a queste condizioni non sono interessato ad assumere l'incarico".

E se per questo perdo un lavoro, non succede nulla.


Per tanti anni ho cercato di farmi conoscere. Oggi non sento più il bisogno di convincere qualcuno a tutti i costi che sono bravo o che dovrebbe affidarmi un'indagine.

Chi mi conosce sa come lavoro.

Chi non mi conosce può venire nel mio ufficio, parlare con me, conoscere la mia esperienza professionale e valutare tranquillamente se affidarmi un incarico.


Non pretendo certo che tutti debbano scegliere me.


Mi interessa però che, quando si decide di lavorare insieme, ci sia rispetto reciproco.


Se ripenso a quando ero quel giovane investigatore che andava davanti al Tribunale di Roma a distribuire personalmente le brochure, mi rendo conto di quanta strada abbia fatto.


Mi rivedo con la mia borsa, i biglietti da visita, la voglia di farmi conoscere e la speranza che qualcuno, prima o poi, mi desse fiducia.

Sono contento di aver vissuto anche quel periodo.

Non lo rinnego affatto. Anzi, credo che mi abbia insegnato molto.

Solo che oggi, dopo oltre trent'anni, mi ritrovo con una soddisfazione che allora probabilmente non avrei neppure immaginato.


Continuo a fare il lavoro che mi piace. Ho ancora voglia di uscire per un'indagine e di mettermi alla prova.

Ma non devo più accettare un incarico soltanto perché mi viene proposto.

Posso scegliere.


E credetemi, per uno che ha fatto tutta la gavetta che ho fatto io, questa è davvero una bella soddisfazione.


Massimiliano Altobelli

Investigatore privato

Targa dello studio Massimiliano Altobelli Investigazioni a Roma, in Via della Farnesina 15.
Autore: MASSIMILIANO ALTOBELLI • 22 ottobre 2026
Mandato investigativo: finalità, durata, costi e limiti da chiarire prima di affidare un’indagine. Le indicazioni di Massimiliano Altobelli.
Massimiliano Altobelli, investigatore privato, ritratto in un ambiente di lavoro
Autore: MASSIMILIANO ALTOBELLI • 8 ottobre 2026
A cosa servono davvero le prove di un tradimento? Esperienza, relazione investigativa, separazione con addebito e valore personale dei fatti accertati.
Agenzia Investigativa e Assegno di mantenimento
Autore: MASSIMILIANO ALTOBELLI • 5 ottobre 2026
Assegno di mantenimento: come un’indagine privata può documentare lavoro non dichiarato e cambiamenti economici. Massimiliano Altobelli, investigatore privato a Roma
Investigatore Privato Roma
Autore: MASSIMILIANO ALTOBELLI • 1 ottobre 2026
Come verificare se un’agenzia investigativa è autorizzata e professionale: licenza, incarico scritto, privacy, esperienza e responsabilità.
Investigatore Privato Roma – Massimiliano Altobelli Investigazioni
Autore: MASSIMILIANO ALTOBELLI • 25 settembre 2026
Investigatore Privato Roma con oltre trent’anni di esperienza. Indagini per privati e aziende, metodo, riservatezza e consulenza diretta.
Investigatore privato operativo nella zona Flaminio e Flaminia a Roma
Autore: MASSIMILIANO ALTOBELLI • 24 settembre 2026
nvestigatore Privato Flaminio e Flaminia a Roma: indagini per infedeltà, pedinamenti e verifiche aziendali con esperienza, riservatezza e metodo da oltre 30 anni.
Agenzia Investigativa a Roma Centro: il Cuore della Capitale.
Autore: MASSIMILIANO ALTOBELLI • 24 settembre 2026
Agenzia Investigativa Roma Centro: indagini private, infedeltà, pedinamenti e verifiche aziendali con esperienza, discrezione e conoscenza diretta del territorio.
Investigatore privato al lavoro durante la pianificazione di un'indagine per infedeltà coniugale
Autore: MASSIMILIANO ALTOBELLI • 24 settembre 2026
Quanto costa un'indagine per infedeltà coniugale? Costi, durata, variabili operative e criteri del preventivo spiegati da Massimiliano Altobelli a Roma con esempi.
Localizzazione GPS utilizzata come supporto nelle investigazioni private
Autore: MASSIMILIANO ALTOBELLI • 20 settembre 2026
Il GPS nelle investigazioni private è un supporto al lavoro sul campo: scopri come viene utilizzato, quali informazioni offre e quali sono i suoi limiti.
Investigatore privato autorizzato e licenza prefettizia per attività investigative
Autore: MASSIMILIANO ALTOBELLI • 20 settembre 2026
Le licenze degli investigatori privati non sono tutte uguali: scopri cosa autorizzano davvero e quali attività può svolgere un professionista abilitato in Italia.